Bellissima
Mi avete conosciuta come Francesca: sicura di sé, perfettamente consapevole del proprio corpo, capace di entrare in una biblioteca per studiare e finire invece per sconvolgere la serata di un uomo incontrato tra gli scaffali.
Quella Francesca sa quello che vuole. Sa cosa le piace. Sa che effetto può avere su un uomo e, soprattutto, si diverte terribilmente a scoprirlo ogni volta.
Ma non sono sempre stata così.
Qualcuno, leggendo quella storia, potrebbe essersi chiesto quando sia iniziato tutto. Quando abbia cominciato a piacermi essere guardata in quel modo. Quando abbia scoperto quanto mi attirassero gli uomini maturi, grandi, rassicuranti. Quando abbia capito che quella parte femminile di me non era soltanto un gioco davanti allo specchio.
E soprattutto quando Francesca sia diventata Francesca.
A ripensarci oggi, non ci fu una trasformazione improvvisa.
Fu una piccola scoperta dopo l’altra.
Un perizoma preso dal cassetto di mia madre.
Il piacere di vedermi più femminile allo specchio.
I primi sguardi degli uomini. Il primo vestito comprato per me. Il primo trucco. Il primo uomo desiderato. Il primo uomo che desiderò me. Tutte cose che sarebbero arrivate poco alla volta e che, prima o poi, vi racconterò.
Ma se devo scegliere un momento preciso, quello in cui tutto cominciò davvero, allora non ho molti dubbi.
Fu una sera sul divano di Bruno. Perché Francesca magari non aveva ancora un nome, non aveva ancora i suoi vestiti, le sue scarpe o tutta la sicurezza che avrebbe imparato ad avere negli anni.
Ma era già lì. E quella sera, per la prima volta, uscì dal mio segreto e diventò qualcosa di reale.
Fu lì che nacque Francesca. Anche se io ancora non lo sapevo.
C’ero io, a diciotto anni, con i capelli lunghi fin quasi alle spalle, una faccia ancora molto giovane e un corpo che, a prima vista, aveva ben poco di marcatamente maschile. Avevo pochissima barba, gli zigomi abbastanza alti, la bocca piena e gli occhi grandi. Le spalle erano strette, la vita sottile, le gambe lunghe e magre.
Tutto in me sembrava assecondare quella naturale ambiguità, con una sola, vistosa eccezione che conoscevo fin troppo bene e che rendeva il contrasto quasi paradossale.
Quando mi guardavo allo specchio, soprattutto di profilo o con i capelli sciolti, bastava davvero poco perché la mia immagine cambiasse completamente. Un movimento della testa, una ciocca sistemata dietro l’orecchio, il modo in cui tenevo le gambe o appoggiavo una mano sul fianco, e improvvisamente quello che vedevo davanti a me diventava sorprendentemente femminile.
La cosa mi piaceva.
Non mi metteva a disagio e non sentivo alcun bisogno di correggerla. Anzi, avevo cominciato ad accorgermi che più lasciavo emergere quella parte di me, più mi sentivo interessante.
Avevo anche iniziato a muovermi in maniera diversa senza sapere bene quando fosse successo. Accavallavo spesso le gambe, giocavo con i capelli mentre parlavo, mi sistemavo una ciocca dietro l’orecchio con un gesto ormai automatico. Erano piccole cose, niente che avessi imparato deliberatamente, ma avevo cominciato a notare che sugli uomini producevano un effetto. E quella scoperta mi divertiva moltissimo. Non pensavo ancora a me stesso come a una donna e non cercavo definizioni. Non avevo un nome femminile, non possedevo vestiti miei e non avevo ancora costruito un personaggio. C’era soltanto una parte di me che diventava più viva quando poteva essere delicata, graziosa, femminile, e che aveva cominciato lentamente a reclamare spazio.
All’inizio apparteneva soltanto alla mia camera.
Aprivo il cassetto di mia madre e guardavo gli indumenti piegati con ordine. Ogni tanto prendevo uno dei suoi perizomi e lo indossavo davanti allo specchio.
La prima volta rimasi lì a osservarmi molto più a lungo di quanto avessi previsto.
Non era soltanto eccitazione.
Mi piaceva proprio l’immagine.
Mi piaceva il modo in cui quel piccolo indumento cambiava la percezione del mio corpo e ne accentuava la delicatezza. Ma mi piaceva ancora di più il fatto che, subito dopo, potessi infilare i pantaloni sopra e far sparire tutto.
Nessuno avrebbe potuto sapere niente.
Camminavo normalmente, parlavo normalmente, magari uscivo perfino a comprare qualcosa per mia madre.
Ma io lo sapevo.
Sotto i vestiti c’era un piccolo segreto.
E quel segreto mi faceva sentire stranamente potente.
Poi iniziai a portarli anche quando andavo da Bruno.
Quella fu la vera svolta.
Bruno faceva parte della mia vita da molto prima che io cominciassi a capire tutto questo.
Quando mio padre se n’era andato e mia madre aveva iniziato a lavorare su turni, avevo passato tantissime sere a casa sua. Ero ancora alle medie e, quando mia madre non voleva lasciarmi solo, mi mandava dal vicino.
Bruno aveva circa sessantacinque anni.
Era grosso, massiccio, con una pancia importante, due mani enormi, i capelli ormai grigi e quella voce bassa che mi aveva sempre trasmesso una sensazione immediata di sicurezza.
Mi preparava la cena, mi aiutava con i compiti e poi aspettavamo insieme che mia madre tornasse.
Per anni era stato semplicemente Bruno.
Il vicino. L’uomo che si prendeva cura di me. Una presenza quasi paterna. In quelle sere non c’era niente di ambiguo. Io ero un ragazzino e lui era l’adulto che mi accoglieva in casa, mi faceva mangiare e soprattutto mi faceva sentire meno solo. Poi gli anni erano passati. Io ero cresciuto. A diciotto anni non avevo più nessun bisogno che qualcuno mi tenesse compagnia mentre mia madre lavorava. Potevo tranquillamente restare a casa da solo, uscire con gli amici o fare qualsiasi altra cosa. Eppure continuavo ad andare da Bruno. Il nostro rituale era rimasto quasi identico.
Cena. Qualche chiacchiera. Televisione. Divano. Era cambiato soltanto il modo in cui io vivevo quelle serate. Avevo capito da tempo quale genere di uomo mi attirasse. Mi piacevano gli uomini grandi, forti, con una presenza fisica rassicurante, ma soprattutto quelli capaci di essere dolci senza perdere quella forza.
Bruno incarnava praticamente tutto quello che mi attirava.
Mi piacevano le sue mani.
Mi piaceva la sua voce.
Mi piaceva persino quella pancia sulla quale avevo appoggiato la testa centinaia di volte.
E soprattutto mi piaceva la sensazione di essere piccolo accanto a lui senza sentirmi affatto debole.
Era proprio quella differenza ad attirarmi.
Solo che con Bruno non volevo più semplicemente guardare.
Avevo cominciato a chiedermi se anche lui guardasse me.
Così iniziai a fare piccoli esperimenti.
All’inizio erano quasi invisibili.
Lasciavo i capelli sciolti quando andavo da lui, sceglievo magliette che mi rendevano ancora più sottile, jeans che sottolineavano le gambe e avevo cominciato a prestare attenzione persino al modo in cui mi sedevo.
Sotto i vestiti, sempre più spesso, indossavo uno dei perizomi di mia madre.
Bruno naturalmente non poteva saperlo.
O almeno così pensavo.
Ma il fatto stesso di sapere che fosse lì cambiava completamente il mio atteggiamento.
Mi sentivo più audace.
Più femminile.
Più consapevole del mio corpo.
E soprattutto osservavo Bruno con un’attenzione quasi scientifica.
All’inizio non vidi niente.
Poi arrivarono piccoli segnali.
Uno sguardo appena più lungo del necessario.
I suoi occhi che sembravano soffermarsi per un istante prima di tornare sul mio viso.
Un momento di esitazione quando mi avvicinavo molto.
Niente che potessi definire una prova, ma abbastanza da farmi venire voglia di continuare.
Ogni volta provavo la stessa piccola scarica di soddisfazione.
Non era ancora soltanto desiderio.
Mi piaceva l’idea di riuscire a turbare proprio Bruno, quel grosso uomo che per tutta la mia adolescenza aveva rappresentato sicurezza, tranquillità e protezione.
Una sera eravamo di nuovo sul divano.
Avevamo cenato normalmente e la televisione era accesa davanti a noi. Tutto sembrava identico a decine di altre sere trascorse insieme.
Io ero sdraiato lungo il divano, appoggiato contro Bruno, con la testa sulla sua pancia. Era una posizione antica, quasi familiare, la stessa nella quale mi ero accoccolato per anni.
Solo che adesso avevo diciotto anni.
E questa volta ero perfettamente consapevole della differenza.
La televisione continuava ad andare davanti a noi senza che nessuno dei due la stesse seguendo davvero.
A un certo punto comparve una ragazza in uno spot pubblicitario. Una di quelle pubblicità di profumi in cui una donna bellissima attraversa una stanza guardando tutti come se sapesse perfettamente l’effetto che fa.
Aveva i capelli lunghi e sciolti sulle spalle.
La osservai per qualche secondo, poi presi quasi distrattamente una delle mie ciocche tra le dita.
«Dovrei farmeli così.»
Bruno guardò lo schermo.
Poi guardò me.
«Tu li hai già più belli.»
Mi venne da sorridere.
«Sì, certo.»
«È vero. Su di te stanno meglio.»
Mi sollevai appena dalla sua pancia per guardarlo.
Bruno aveva detto quella frase con troppa naturalezza per poterla liquidare come una battuta.
«Mi stai facendo un complimento?»
Fece un mezzo sorriso.
«Sto dicendo che sei diventato proprio…»
Si fermò.
Per un istante guardò la ragazza sul televisore.
Poi tornò su di me.
«Bellissima.»
La parola mi fermò.
Bellissima.
Non bellissimo.
Avrebbe potuto ridere, correggersi, dire di essersi espresso male.
Non fece nulla di tutto questo.
Io continuavo a guardarlo e sentivo lentamente comparirmi un sorriso sulle labbra.
«Bellissima.»
La ripetei sottovoce, quasi assaggiandola.
Bruno sembrò improvvisamente preoccupato di aver detto troppo.
«Ti dà fastidio?»
Scossi piano la testa.
«No.»
E mi sorprese quanto fosse vero.
Tornai ad accoccolarmi contro di lui, ma questa volta scivolai un poco più in basso.
La testa finì appena sotto la sua pancia, gli occhi ancora rivolti verso la televisione. Da quella posizione Bruno poteva vedere soprattutto la mia nuca e i capelli che mi cadevano sulle spalle, mentre io avevo davanti a me il suo corpo.
La pubblicità era già finita.
Sul televisore parlavano d’altro.
Io invece continuavo a pensare alla stessa parola.
Bellissima.
E sorridevo.
Fu allora che notai qualcosa sotto i suoi pantaloni.
All’inizio rimasi immobile, quasi incredulo.
Poi guardai meglio.
Non c’era molto da interpretare.
Bruno era eccitato.
Sentii il cuore accelerare.
Quella era la prima conferma veramente concreta di tutto ciò che avevo soltanto intuito nelle settimane precedenti. Gli sguardi, le esitazioni, il modo in cui sembrava accorgersi sempre di più di me.
Adesso non c’era più niente da immaginare.
Rimasi fermo ancora qualche secondo.
Avrei potuto ignorarlo.
Avrei potuto continuare a guardare la televisione e lasciare che quella sera rimanesse identica a tutte le altre.
Invece lasciai scivolare lentamente una mano verso di lui.
Non mi voltai.
Tenni gli occhi sullo schermo con quella goffa pretesa di normalità che, a ripensarci oggi, mi fa quasi sorridere.
All’inizio rimasi sopra i pantaloni.
Appoggiai appena la mano.
E lo sentii.
La tensione sotto il tessuto era inequivocabile.
Rimasi completamente fermo per un istante. Era una sensazione semplicissima, eppure mi sembrò enorme.
Bruno era davvero eccitato.
Per me.
Quella certezza mi attraversò tutta insieme.
Lasciai la mano lì ancora qualche secondo, quasi per abituarmi all’idea prima ancora che alla sensazione. Bruno non disse niente. Sentii soltanto il suo corpo irrigidirsi appena.
Nemmeno io parlai.
Mossi lentamente le dita sopra il tessuto, ancora incerto su quanto coraggio avessi davvero, e fu allora che Bruno capì cosa stavo cercando di fare.
Non prese la mia mano.
Non mi guidò.
Spostò appena il bacino e sistemò i vestiti quel tanto che bastava per lasciarmi più spazio.
Fu un gesto minuscolo, quasi pudico, ma per me significò moltissimo.
Aveva capito.
E mi stava lasciando scegliere.
Lui sapeva perfettamente cosa stavo facendo.
Io sapevo che lo sapeva.
Eppure continuavamo entrambi a guardare la televisione come se fossimo ancora dentro il nostro solito rituale, sul nostro solito divano, durante una sera come tante altre.
Solo che ormai non lo era più.
Cercai lentamente un contatto più diretto.
Quando finalmente lo trovai, mi bloccai di nuovo.
Quello che fino a pochi secondi prima era stato soltanto una forma percepita attraverso il tessuto diventò improvvisamente qualcosa di reale, caldo, vivo.
Lo presi in mano con una cautela quasi reverenziale.
Era durissimo, ancora parzialmente nascosto dal prepuzio. Lo scoprii lentamente, quasi senza rendermene conto, e quando vidi finalmente la punta provai una piccola folgorazione.
Rimasi a guardarla qualche secondo.
Il colore più intenso, la pelle lucida, quella forma che fino a quel momento avevo conosciuto soltanto nelle fantasie: tutto mi sembrava sorprendentemente nuovo.
Mi girava quasi la testa.
Lo mossi piano nella mano, senza sapere davvero cosa stessi facendo, lasciandomi guidare soltanto dalla curiosità e dalle reazioni di Bruno.
Poi accadde quasi da solo.
Mi avvicinai.
Non ricordo nemmeno di aver deciso consapevolmente di farlo.
Gli posai un bacio sulla punta, dolcissimo, con una delicatezza quasi solenne, come se stessi baciando in quel momento la cosa più importante del mondo.
Rimasi lì un istante.
Poi tornai a cercarlo con le labbra.
Fu così che cominciai davvero a esplorare quella nuova intimità.
Piano.
Senza tecnica, senza esperienza, senza sapere quale sarebbe dovuto essere il gesto successivo.
La prima cosa che registrai fu il calore.
Poi la consistenza della pelle e quella tensione viva che cambiava sotto le mie labbra a seconda di quello che facevo.
Mi sorprendeva soprattutto il contrasto.
Qualcosa che nella mia testa aveva sempre rappresentato la forza e la virilità di un uomo era diventato improvvisamente qualcosa che tenevo fra le labbra con una delicatezza assoluta.
Ogni tanto mi fermavo.
Non perché avessi paura.
Volevo semplicemente capire cosa stessi sentendo.
Alcune prime volte rimangono impresse nel corpo prima ancora che nella memoria.
Quella fu una di queste.
La mia bocca stava imparando qualcosa.
La lingua soprattutto.
Percepivo le piccole reazioni involontarie di Bruno, il modo in cui il suo respiro cambiava, la tensione che attraversava il suo corpo e arrivava fino a me.
Era quasi una conversazione.
Solo che nessuno dei due parlava.
Io provavo qualcosa.
Bruno reagiva.
Io imparavo dalla sua reazione e ricominciavo.
Probabilmente ero goffo.
Anzi, sicuramente lo ero.
Non sapevo quanto muovermi, quando rallentare o quando continuare. Mi affidavo quasi esclusivamente ai piccoli segnali che riuscivo a cogliere: un respiro più profondo, un movimento appena percettibile, le sue dita che passavano lentamente fra i miei capelli.
Non mi spingeva.
Non cercava di guidarmi.
Mi accarezzava soltanto.
E quella carezza rendeva tutto incredibilmente semplice.
Mi permetteva di sbagliare.
Di fermarmi.
Di provare di nuovo.
Poco alla volta cominciai a riconoscere quelle sensazioni.
Il calore.
La pressione.
La presenza fisica di Bruno.
Quelle piccole vibrazioni che arrivavano fino alla lingua e mi facevano capire, senza bisogno di chiederglielo, quando qualcosa gli piaceva.
Forse fu proprio quello il primo vero imprinting.
Non una tecnica particolare.
Nemmeno un gesto preciso.
Una sensazione.
La scoperta che potevo percepire la forza di un uomo attraverso qualcosa di così intimo e, allo stesso tempo, trattarla con una tenerezza quasi assurda.
Anni dopo avrei imparato molto meglio quel linguaggio. Avrei imparato cosa mi piaceva, cosa cercavo e quali segnali riconoscere immediatamente.
Quella sera, invece, tutto mi arrivava addosso per la prima volta.
E io lo assorbivo con il candore assoluto dell’inesperienza.
La cosa più assurda era che davanti a me continuava ad esserci la televisione.
Ogni tanto alzavo davvero gli occhi sullo schermo.
Una trasmissione qualsiasi continuava come se niente stesse succedendo.
Il salotto era lo stesso.
Il divano era lo stesso.
Bruno era lo stesso uomo contro il quale mi ero accoccolato centinaia di volte.
Eppure qualcosa era cambiato completamente.
Più continuavo, più capivo che non lo stavo facendo soltanto per curiosità.
Mi piaceva.
Mi piaceva davvero.
Mi piaceva percepire il piacere di Bruno e sapere di esserne la causa. Mi piaceva quella strana sensazione di prendermi cura di lui attraverso qualcosa che fino a pochi minuti prima era esistito soltanto nella mia immaginazione.
Non c’era fretta.
Non c’era aggressività.
C’era una specie di devozione ingenua, quasi tenera.
Poi sentii qualcosa cambiare.
Il respiro di Bruno diventò più profondo, meno regolare. Il suo corpo si tese sotto di me e la mano che fino a quel momento mi aveva accarezzato lentamente i capelli si fermò per un istante.
Non avevo esperienza, ma non avevo bisogno che qualcuno mi spiegasse cosa stesse succedendo.
Lo capii dal modo in cui respirava.
Dalla tensione che sentivo crescere in lui.
Da quelle piccole reazioni involontarie che ormai, senza quasi rendermene conto, avevo cominciato a riconoscere.
Stava arrivando al limite.
E per la prima volta da quando avevo iniziato, esitai.
Non perché volessi fermarmi.
Al contrario.
Fu la consapevolezza improvvisa che stavo per conoscere anche l’ultima parte di quella prima volta.
Per un istante sentii il cuore accelerare ancora di più.
Avrei potuto tirarmi indietro.
Avrei potuto fermarmi proprio lì, conservare soltanto la curiosità soddisfatta, il calore, il piacere di averlo sentito reagire alla mia bocca.
Invece rimasi.
Anzi, forse proprio in quel momento capii che volevo restare.
Continuai con una dolcezza quasi ostinata, concentrato sulle sue reazioni e sulla sensazione incredibile di essere io a portarlo fino a quel punto.
Poi Bruno si lasciò andare.
Lo sentii prima nel corpo.
La tensione raggiunse il culmine, il suo respiro si spezzò e per qualche secondo tutto ciò che avevo imparato durante quei minuti sembrò concentrarsi in un’unica sensazione.
Rimasi fermo.
Non per paura.
Per sentirla.
Per capire.
La sorpresa più grande fu la naturalezza con cui accolsi quel momento.
Avevo immaginato tante volte come avrebbe potuto essere una prima esperienza del genere e, da qualche parte nella mia testa, avevo sempre previsto almeno un istante di disagio, forse di repulsione, magari il bisogno istintivo di allontanarmi.
Non arrivò niente di tutto questo.
Arrivò invece un piacere diverso.
Più profondo.
Quasi quieto.
La sensazione di avere accompagnato Bruno fino alla fine del suo abbandono e di essere rimasto lì, senza paura e senza vergogna, ad accoglierlo completamente.
Per qualche secondo non feci niente.
Sentivo soltanto il suo respiro sopra di me, ancora irregolare, e la mano che lentamente tornava a muoversi fra i miei capelli.
Poi deglutii.
Istintivamente.
Senza pensarci.
Fu un gesto minuscolo, ma ebbe su di me un effetto enorme.
Mi accorsi che quella parte dell’esperienza, invece di allontanarmi, mi attirava ancora di più. C’era qualcosa di profondamente intimo nel sentire che Bruno si era fidato abbastanza da lasciarsi andare completamente e che io avevo voluto esserci fino all’ultimo istante.
Mi piaceva.
Non soltanto l’atto.
Mi piaceva il significato che aveva assunto dentro di me.
Mi piaceva la sensazione di avere ricevuto qualcosa di lui proprio nel momento in cui aveva perso ogni controllo.
Mi piaceva quella specie di calore che mi era rimasto addosso.
E soprattutto mi piaceva scoprire che non avevo nessuna voglia di cancellare quella sensazione.
Rimasi ancora qualche secondo così, assaporando la quiete che era arrivata dopo tutta quella tensione.
Poi mi accorsi che stavo sorridendo.
Un sorriso piccolo.
Quasi incredulo.
Avevo iniziato quella sera pensando di soddisfare una curiosità.
Invece avevo trovato qualcosa che mi sarebbe rimasto dentro per anni.
Non sapevo ancora che avrei imparato ad amare proprio quel momento dell’intimità con un uomo: quell’istante preciso in cui la forza, la tensione e il controllo si sciolgono e rimane soltanto l’abbandono.
Allora non avevo ancora le parole per capirlo.
Avevo soltanto diciotto anni, pochissima esperienza e una certezza improvvisa.
Quella sensazione mi piaceva.
Terribilmente.
Quella sera non avevo nessuna di queste parole.
Avevo soltanto diciotto anni.
Il candore assoluto dell’inesperienza.
E una scoperta.
Mi piaceva.
Molto più di quanto avessi immaginato.
Tornai lentamente ad appoggiare la testa contro Bruno.
Lui continuò ad accarezzarmi i capelli.
Io guardavo ancora la televisione.
Nessuno dei due disse niente per un po’.
Alla televisione qualcuno rideva.
E quella normalità assurda fece sorridere anche me.
Sembrava impossibile che qualcosa fosse cambiato.
E invece era cambiato tutto.
Per tutta la mia adolescenza quel divano era stato un luogo di sicurezza, compagnia e affetto.
Quella sera, a diciotto anni, ero stato io a scegliere di trasformare quella vicinanza in qualcosa di diverso.
Ma soprattutto avevo scoperto qualcosa che andava ben oltre Bruno.
Avevo scoperto quanto mi piacesse quella mia dolcezza.
Quanto mi piacesse lasciare emergere quella parte femminile.
Quanto mi piacesse prendermi cura di un uomo, sentirne la forza trasformarsi lentamente in abbandono e scoprire che quella vicinanza, anziché intimidirmi, sembrava parlarmi in una lingua che conoscevo da sempre.
Non avevo ancora un nome femminile.
Non avevo vestiti miei, scarpe mie o trucchi miei.
Avevo soltanto i capelli lunghi, un corpo delicato, qualche perizoma preso dal cassetto di mia madre e una parola che continuava a risuonarmi nella testa.
Bellissima.
Forse Francesca non nacque esattamente quella sera.
Forse era lì già da molto tempo.
Ma quella sera, per la prima volta, qualcuno la vide.
E io, nello stesso momento, cominciai finalmente a vedere lei.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Bellissima:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
